“Buongiorno cittadino. Sei felice cittadino?”

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Uno dei motivi per cui il mondo mi sta stretto è questa necessità impellente di etichettare qualunque cosa secondo dei criteri socialmente ben definiti che spersonalizzano totalmente l’essere umano riducendolo a un numero, a uno dei tanti.

Qualche giorno fa ho incontrato un amico di vecchia data. Gli ho chiesto Come stai? e lui mi ha risposto Il lavoro come va?. Non era interessato al mio stato di salute, fisico o mentale, ma alla mia situazione lavorativa, come se fosse più importante quello per definirmi. Ma d’altronde, quando eravamo adolescenti e frequentavamo scuole diverse non perdeva mai l’occasione di chiedermi a scuola come va?, dando importanza a tutta una serie di cose che io ho sempre considerato inutili per definire una persona.

Non mi piace venire categorizzato. Non sono il lavoro che faccio per vivere, né il numero su un libretto universitario, né il titolo prima del nome, né quanto guadagno a fine mese, né qualunque altra cosa che non mi definisce come la persona che sono realmente ma come uno dei tanti capi di bestiame della società. Sono quello in cui credo, quello a cui penso quando ascolto una canzone nuova, quello che provo davanti a una nuova opportunità, quello che mi piace leggere o guardare, quello che mi piace studiare, quello che adoro mangiare e anche tutto quello che mi infastidisce, che mi annoia e che odio.

E invece la società di oggi ci impone di essere dei numeri e ci valuta come tale. E questo sistema è così radicato che diventa naturale interessarsi non tanto alla persona in quanto tale ma per quello che rappresenta all’interno del mondo. E anche il modo di rapportarsi cambia drasticamente, come se il titolo conferisse più o meno rispettabilità a una persona più di quanto quella persona sia realmente degna di considerazione.

Mi viene in mente un aneddoto accaduto a mia sorella, psicologa, qualche anno fa.

Era all’ufficio postale per delle commissioni e, come tutti, aveva preso il numerino. Arrivato il suo turno l’impiegata delle poste le disse che per la spedizione della raccomandata doveva andare ad un altro sportello perché in quello facevano solo le operazioni di pagamento dei bollettini, pertanto avrebbe dovuto prendere un altro numero. Poi lesse “Dottoressa […..] sul documento e cambiò subito espressione e modo di fare, dicendole che poteva fare anche tutto là e chiamandola dottoressa in continuazione come per rimarcare la differenza sociale.

Mia sorella, che è come me, ovviamente le rispose che avrebbe preso l’altro numero e che avrebbe fatto la fila perché non era diversa dalle altre persone.

Ah, la schiAvità, come dice il mio amico Matteo.



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Un pensiero riguardo ““Buongiorno cittadino. Sei felice cittadino?”

    […] volte a inserirmi dentro un contesto sociale. Ma d’altronde, come ho già scritto in un articolo precedente, l’essere umano ha bisogno di etichettare qualunque cosapersona per […]

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