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Senza posto, senza tempo

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Tra le tante cose che sopporto poco dei contesti sociali definiti c’è la tendenza a utilizzare le frasi fatte come insegnamento di vita… ma sembra che alle persone piaccia aprire bocca per dire cose in cui non credono assolutamente, ma a cui si aggrappano per non ammettere a se stessi che, forse, hanno sbagliato qualcosa (tutto) della loro vita. E, forse, ci tengono a trascinarti con loro, un po’ per invidia, un po’ per cercare compagnia.
O magari perché hanno bisogno di aiuto.

Di recente, parlando del più e del meno con colleghi e amici, più di una volta mi sono sentito dire questa, orribile, frase :

“Un giorno TROVERAI il tuo posto nel mondo”

Ecco…trovare il proprio posto nel mondo…come hanno fatto loro? Che hanno accettato una vita sicura ma infelice? Che si sono sposati perché ” a un certo punto lo devi fare” e poi non fanno altro che lamentarsi della moglie\marito? Che rimpiangono tutte le cose che ora non possono fare, senza rendersi conto che si autoimpongono di non farle in nome del “ormai sono grande per fare certe cose” che ti dicono con gli occhi lucidi?

Io non credo che una persona debba TROVARE il proprio posto nel mondo. Si trova il posto al ristorante o nel parcheggio, non nella vita.

Una persona se lo deve CREARE il proprio posto nel mondo, una dimensione in cui possa vivere perlomeno sereno seguendo i propri bisogni senza accettare di vivere in un modo soltanto perché ci hanno insegnato che si vive così chi, nella sua infelicità, tenta comunque di imporci una visione del mondo standardizzata perché è l’unica che conosce.







A proposito… è online … il nuovo sito 🙂

Quella volta in cui mi sono cascate le braccia

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Ieri sera sono andato a prendere una pizza da asporto visto che non avevo voglia di cucinare e durante il tragitto casa-pizzeria e ritorno (che sono circa dieci minuti scarsi a piedi) mi sono venute in mente diverse scene di cose successe negli anni che mi hanno fatto, come si suol dire, cascare le braccia, un po’ per incomprensione della faccenda, un po’ perché ho una visione del mondo totalmente diversa da quella della gente comune, un po’ perché mi sento un tantino più intelligente di certe persone (si, sto peccando di presunzione, ma chi non lo fa? Passatemi un po’ di altezzosità ogni tanto).

Vi racconto tre episodi, quelli che secondo me sono più significativi e a cui attribuisco un significato più importante. Noterete che due sono simili e parlano praticamente della stessa cosa, ma cambia la contestualizzazione, seppur di poco:

1- Io vivo in un condominio e al piano sotto il mio ci vive la madre di un amico che, dopo il divorzio, è tornata a vivere dai genitori. Inevitabilmente ho stretto amicizia profonda con il suddetto amico, anche per motivi di età, per cui fin da piccoli ci siamo trovati a giocare insieme tutte le volte che stava dalla madre. Da bambini, prima di raggiungere l’ìetà in cui si fa a gara a chi ha il pene più lungo, si fa a gara a chi è più alto, a chi pesa più o meno, a chi ha il numero di scarpe più grande o la misura della ruota della bicicletta più da “adulti”( ai tempi la sfida era tra chi aveva “la 18” e chi “la 24”. Se avevi la “24” eri grande. Io avevo “la 22” perché devo sempre distinguermi…).
Così, in una di queste discussioni filosofiche venne fuori, come ho detto prima, il problema del numero delle scarpe portate. Il mio amico mi disse queste, testuali, parole:

” Io porto due numeri diversi, le scarpette sono un po’ più piccole mentre le scarpe delle domenica sono un po’ più grandi”

“Le scarpe della domenica”…mi lasciò alquanto basito quella cosa…non avevo mai pensato che la domenica ci si doveva mettere delle scarpe diverse, nessuno me l’aveva mai detto. E il senso quale poteva essere? Poi ci sono arrivato nel tempo considerando che la domenica il mio amico pranzava dalla madre e veniva spesso anche la cugina per cui i nonni organizzavano sempre una sorte di “pranzo importante” in cui tutti erano vestiti bene. Per me era una cosa fuori dai canoni, così come lo è ora, non capisco la necessità di vestirsi in un certo modo (anche se per lavoro lo faccio, ma lì ci sono i soldi, non sto in famiglia a rilassarmi)

2- Si parla sempre di scarpe. Alla fermata del pulmino per andare a scuola c’era un ragazzino che, siccome è Testimone di Geova, agli occhi di tutti sembrava un po’ “diverso” almeno per il modo in cui viveva. Anche ai miei, seppur fin da bambino sono stato un po’ “sui generis” e menefreghista. Mentre aspettavamo l’orario in cui Giovanni, l’autista, sarebbe passato lui mi guardò e mi disse

“Hai le scarpe sporche, non si va a scuola con le scarpe sporche”
“Ah no? Perchè?”

Anche qua è una cosa che non ho mai capito, le scarpe si usano e si sporcano necessariamente, soprattutto se passi i pomeriggi nei campi a giocare con gli amici e magari non c’è il tempo di pulirle da un giorno all’altro. Ma forse mi lasciò più esterrefatto il fatto che già parlava di vestirsi in un certo modo per andare a scuola, un concetto che anche oggi mi sembra un po’ antiquato.
3- Questa è quella più bella. Se le altre due sono stati degli antipasti per allungare il post, questa è la vera essenza della situazione, quella che mi ha fatto venire la voglia di condividere questi ricordi sul blog.
Un paio di anni fa dovevo andare a cena con un amico. Gli dissi il nome di una pizzeria di cui tutti mi parlavano bene ma in cui non ero mai stato. Una volta che gli dissi il nome mi rispose:

“No guarda là non possiamo andarci perché ci va spesso il padre della mia ragazza e non vorrei incontrarlo”
“Ah, ci sono tensioni tra di voi?”
“No no, andiamo daccordo, però sai, lui è un po’…eh…antiquato. Se mi vede con te poi pensa che stiamo insieme e che tradisco la figlia con un uomo…per lui dovrei uscire solo con la mia ragazza. Ma lo capisco, è giusto, poi la gente fraintende, andiamo da qualche parte dove non incontriamo nessuno che ci conosce”
“………”

E in quel momento mi sono cascate davvero le braccia….ovviamente poi ho trovato il modo di evitare la cena, non sia mai di farmi vedere in giro con certe persone…

Di come ho disattivato l’account di Facebook…

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…e di come non reputi nemmeno così importante la cosa ma ne voglio parlare ugualmente!

Ieri ho disattivato l’account temporaneamente dopo aver scritto un post circa venti ora prima per avvisare i contatti della mia scelta e per lasciare il mio indirizzo e-mail, quello di questo blog e il mio numero di telefono a quelle persone che volessero comunque continuare a sentirmi e che non avevano altro modo di farlo se non usando il social.

Dopo pochi minuti che ho scritto il post in tre mi hanno tolto dai contatti, due persone mi hanno scritto una mail per chiedermi i motivi e per sapere se è tutto ok e qualcuno mi ha scritto su whatsapp o mi ha mandato un sms.

In generale ho notato che la mia decisione ha scatenato un po’ di scalpore e di domande nelle persone come se avessi deciso di fare chissà cosa. Ho solo disattivato l’account di Facebook invece, non mi sembra niente di così fuori dal mondo.

Sono stanco di quel social, ho bisogno di un po’ di silenzio intorno. Non posso aprire la pagina e trovare 30 notifiche al giorno, messaggi inutili, post di gente che parla in maniera estrema di cibo, animali, religione, politica, guerra. cinema, piante da giardino e fazzoletti. Non posso dover centellinare i miei pensieri per non offendere qualcuno, o dover mettere la privacy su un post per non farlo vedere a chi poi, in ambiente di lavoro, mi viene a recriminare cose che ho scritto o condiviso. Non fa per me, non ora. Ho bisogno di silenzio.
E Facebook non è silenzio, è un urlo piantato dritto dritto in faccia. Che tu lo voglia o no.

Qualcuno mi ha detto “Potresti semplicemente non accederci”. Beh, non è così facile, non ho tutta questa disciplina e comunque mi ritroverei a dover leggere messaggi e notifiche una volta rientrato (cosa che mi è capitato al ritorno dalle vacanze, ad esempio).

Quindi, ho disattivato e ciao a tutti per un po’, almeno fin quando non avrò terminato il disco…