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Senza posto, senza tempo

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Tra le tante cose che sopporto poco dei contesti sociali definiti c’è la tendenza a utilizzare le frasi fatte come insegnamento di vita… ma sembra che alle persone piaccia aprire bocca per dire cose in cui non credono assolutamente, ma a cui si aggrappano per non ammettere a se stessi che, forse, hanno sbagliato qualcosa (tutto) della loro vita. E, forse, ci tengono a trascinarti con loro, un po’ per invidia, un po’ per cercare compagnia.
O magari perché hanno bisogno di aiuto.

Di recente, parlando del più e del meno con colleghi e amici, più di una volta mi sono sentito dire questa, orribile, frase :

“Un giorno TROVERAI il tuo posto nel mondo”

Ecco…trovare il proprio posto nel mondo…come hanno fatto loro? Che hanno accettato una vita sicura ma infelice? Che si sono sposati perché ” a un certo punto lo devi fare” e poi non fanno altro che lamentarsi della moglie\marito? Che rimpiangono tutte le cose che ora non possono fare, senza rendersi conto che si autoimpongono di non farle in nome del “ormai sono grande per fare certe cose” che ti dicono con gli occhi lucidi?

Io non credo che una persona debba TROVARE il proprio posto nel mondo. Si trova il posto al ristorante o nel parcheggio, non nella vita.

Una persona se lo deve CREARE il proprio posto nel mondo, una dimensione in cui possa vivere perlomeno sereno seguendo i propri bisogni senza accettare di vivere in un modo soltanto perché ci hanno insegnato che si vive così chi, nella sua infelicità, tenta comunque di imporci una visione del mondo standardizzata perché è l’unica che conosce.







A proposito… è online … il nuovo sito 🙂

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“In direzione ostinata e contraria”

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Ieri mattina, verso le 7:30, sono andato a camminare in collina, dietro casa mia come faccio da diverso tempo a questa parte.

Inizialmente avevo preso la cosa come un modo per rilassarmi facendo una passeggiata tranquilla, ma ormai è diventata un’abitudine quasi necessaria…e più passa il tempo più aumento il tempo in cui mi perdo tra la strada e i sentieri tanto che sono, appunto, costretto ad andare la mattina presto altrimenti non ne avrei il tempo.

Subito dopo la prima curva che costeggia il cimitero di Uzzano mi sono voluto fermare a guardare il panorama seduto su una di quelle scomode – e brutte –  panchine che il comune ha deciso di installare qualche anno fa e ho cominciato a riflettere un po’ di più su alcune questioni che mi riguardano.

"Guarda. Cerca. Corri lontano. Vola. " #endless #horizon #uzzano #relax #autumn

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“Pensare troppo fa male” dicono, ed è vero. Ma non è forse tramite la consapevolezza, anche dolorosa, del proprio io e delle proprie condizioni che si raggiunge lo “step” successivo? Dovrei forse adagiarmi a vivere prendendo le cose “così come sono perché è così che va il mondo”?

NO!

Come ho scritto più volte –  e come ho sempre detto – il mio essere vagamente asociale e tendenzialmente misantropo mi ha portato sempre più lontano dal senso comune tanto che ormai mi sento come lo scemo del villaggio, costantemente fuori luogo ma consapevole  della cosa. E non me ne lamento. Per niente. Mi piace questa cosa.

Il problema è un altro…mi sono talmente staccato da tutto quello che è convenzionale, da tutto quello che la gente considera normale  che non mi sento più di appartenere a niente.

Le persone parlano di cose verso cui non provo interesse, in continuazione. La musica che passa in radio mi annoia, i film che passano in tv non mi stimolano per niente. E così cerco cose più underground, cose che alla fine conosciamo io e pochi altri di cui nemmeno conosco l’esistenza. Ed è una sorta di circolo vizioso…ma dovrei tradire me stesso per essere più sereno, o devo trovare il modo di esserlo restando coerente con le mie scelte?

La risposta è ovviamente la seconda, ma continuo a chiedermi, mentre riempio instagram di fotografie di nuvole, se sono adatto a questo mondo o no.

 

“Prender la pioggia goccia a goccia anche se resta sempre pioggia”

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Zaino in spalla e camminare è stato il mantra di ieri pomeriggio.
Così sono tornato nel bosco, ho preso un sentiero più o meno consapevole di dove portasse e me ne sono stato al fresco a rimuginare su alcune cose vecchie e attuali e a fantasticare su quelle ipotetiche future.
Il cielo non era dei migliori, c’era qualche nuvola grigiastra e in lontananza, ogni tanto, qualche rumore poco confortante faceva presagire la pioggia, che però, per fortuna, non c’è stata.

Per fortuna perché non ero preparato a camminare sotto la pioggia, altrimenti avrei ringraziato il cielo per un po’ d’acqua che mi facesse compagnia. Che seppur è bella la solitudine, a volte una compagna di viaggio silenziosa ma presente è sempre ben accetta.

La pioggia. Un’altra cosa che adoro.

Mi piace quando piove e sono a casa, con la tazza di the in mano, magari d’inverno, e osservo lo scrosciare dell’acqua sul terrazzo, lo zampillare delle gocce sulle mattonelle rosse e il rumore che per molte persone è così inquietante e che a me fa l’effetto opposto.

Ma mi piace ancora di più quando io e la pioggia siamo nella stessa “stanza”. Quando lei cade dal cielo fregandosene di tutto e di tutti e tu sei lì, magari con il cappello in testa (perché sia chiaro che, se hai il cappello in testa è come se non piovesse”) oppure senza e la accogli, bagnandoti lentamente oppure in pochi secondi quando la pioggia è impetuosa.

Non posso dire, ovviamente, di non aver mai sperato che finisse di piovere. Come l’estate del 2001 sulle Dolomiti, quando il cielo decise di regalarci un acquazzone in un momento in cui ripararsi era praticamente impossibile. O anche dal ritorno da scuola, quante volte è capitato di non avere l’ombrello e scendere dall’autobus e bagnarsi totalmente nel tragitto per tornare a casa. O addirittura mi è capitato durante alcune serate. Ricordo in particolare quella all’Isola del Giglio, due giorni prima di sostenere l’esame di teoria e solfeggio al Conservatorio di Lucca. Gli strumenti montati sul palco e l’acqua che non ci lasciò scampo…riavvolgere i cavi e sistemare le cose sotto l’acqua mentre la gente si comportava come se nulla fosse e ballava con la musica che proveniva da uno stereo piazzato in piazza.

Eppure tutte le volte che minaccia pioggia, indipendentemente da cosa ho da fare e da dove sono, anche se mi lamento, sotto sotto sono contento come un bambino quando vede la neve per la prima volta.

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L’Esercizio del Silenzio

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Mi hanno sempre descritto come una persona silenziosa, e non in modo positivo, come se parlare poco fosse un difetto. La gente parla, parla in continuazione e vomita parole, spesso inutili, solo per il fatto di avere una bocca che emette suoni. Mai capito il motivo.

Eppure quello strano dovrei essere io. Solo perché mi rifiuto di parlare se non ho davvero qualcosa da dire, perché preferisco guardare il mondo che mi circonda in silenzio, osservare quello che accade e registrarlo dentro di me senza sentire il bisogno di vomitare parole solo perché ho una bocca capace di emettere suoni.

Ma questo mia prerogativa di non sentire il bisogno di parlare sempre e comunque non viene compresa, anzi, viene percepita come un qualcosa di negativo, come se non voler dire niente, se non quando è necessario, sia sinonimo di non essere intelligenti.

A me, invero, pare proprio il contrario, anzi, spesso la gente parlando rivela dettagli di se stessa che sarebbe meglio non facesse emergere. Ma forse è questo il problema e il disagio che suscito nella gente. Non parlo, non mi espongo, non mi sbilancio e pochi mi conoscono, pochi sanno come prendermi, pochi sanno cosa e chi sono veramente.E questo li urta. Li urta a tal punto che quando mi vedono parlare senza limiti con persone con cui ho qualcosa da condividere, persone che conosco da anni o appena conosciute, si sbalordiscono come se vedessero qualcosa di impensabile.

“Allora hai una voce” mi dicono, per prendermi in giro, senza capire che il problema non sono io, ma sono loro, con cui non ho niente da condividere.

Così abituati a parlare in continuazione da non saper apprezzare il mondo che passa in cinque, piccoli, minuti di silenzio.

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Della Misantropia e di altre amenità

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Quando qualcuno mi chiede di parlargli di me, solitamente, rispondo con la frase “Sono un inguaribile misantropo”, ottenendo le reazioni più disparate da parte di chi mi ascolta. Credo che la maggior parte della gente a cui lo dico mi prende per pazzo, ma considerando quanto mi interessa del giudizio di chi non mi conosce, non me ne preoccupo troppo.

Non so quando è scattata la scintilla che mi ha fatto prendere consapevolezza di questa cosa, ma sono sempre stato un po’ antisociale. Solo che prima pensavo fosse solo una mia caratteristica; da piccolo ero timido e socializzavo a fatica, ma non per questo ho avuto un’infanzia difficile, anzi, proprio il contrario. Crescendo ho sempre più aumentato il distacco con le persone creando due vasti insiemi in cui inserirle “Persone con cui sto bene” e “Persone con cui non sto bene”. Se avessi potuto passare il tempo solo con quelle del primo insieme sarebbe stato bellissimo, ma, ahimè, la vita è tutto l’opposto di ciò che ci si aspetta.

Così la mia allergia alle persone (altra frase che ogni tanto tiro fuori) è aumentata nel tempo, senza che riuscissi a dargli un nome, ma spingendomi ad avere comportamenti normalissimi con gli amici e le persone con cui ero in sintonia e comportamenti del tutto antisociali con gli altri. Cosa che, suppongo, mi ha fatto additare come uno strano, per non dire di peggio. Ma, come ho detto, problemi di chi punta il dito non certo miei.

A un certo punto ho preso consapevolezza della cosa.
Per me non è stato il prendere atto di ciò che non va o non va in me o negli altri, ma solo una visione oggettiva della realtà del mio modo di essere. Il mondo mi sta stretto e le persone pure. Sono così e mi va bene. Forse dipende da qualcosa che è successo o magari è solo insito nella mia natura. Magari non si tratta nemmeno di “misantropia” vera e propria. Comunque sia, presa coscienza totale del mio modo di essere è stato sicuramente più facile vivere e convivere con ciò che mi infastidisce e di cui farò un breve elenco:

-Il comportamento standardizzato delle persone mi urta l’anima. Le cosiddette convenzioni sociali a cui siamo stati abituati da secoli di civiltà mi stressano. Non le concepisco, non vedo perché non posso essere libero di vestirmi in un certo modo o di fare o non fare un regalo a una persona indipendentemente dal giorno semplicemente perché è così che si fa.
Non sono fatto per stare in mezzo a un gregge, non posso farci niente.

-Meditate gente, meditate. L’arroganza che sta dietro a questa frase è incredibile e indicibile. Solitamente la leggo sui social network a seguito di link di vario genere, da video musicali ad argomenti scientifici, magari anche con qualche emoticon che serve a rafforzare la convinzione dell’autore del post che ciò che dice è la verità assoluta e, soprattutto, si prodiga nell’atto di rivelarla e insegnarla agli altri. Spesso poi sono castronerie abissali. Ma è un’altra storia.

-Gli assolutismi. Oggi c’è un po’ la tendenza a rendere tutto assoluto. Se a tizio piace una cosa quella cosa è bella. Non è che per lui è bella, lo è in assoluto. Se a te non piace non capisci niente. Magari ci capisci di più, magari giusto un capellino, ma se non gli dai ragione non capisci, sei un povero scemo.
Intendiamoci, sono il primo a dire che i gusti personali sono sacrosanti e imprescindibili dalla qualità di qualcosa, ma la presunzione e l’arroganza del voler essere detentori della verità assoluta è una cosa che tollero meno dei miei vicini trogloditi che sbraitano durante il derby.

-La minaccia alla propria intelligenza. E qua mi ricollego al pezzo scritto sopra. Se tizio ti dice che non capisci niente se non appoggi i suoi gusti, non accetta, ovviamente, che tu gli dica lo stesso. Viviamo in un paese dove tutti sono, siamo, convinti di essere intelligenti, e di esserlo pure più degli altri. Una critica a un nostro gusto personale viene recepito come un attacco alla nostra intelligenza e reagiamo di conseguenza, mettendoci sulla difensiva come un riccio che si chiude per non farsi sbranare dalla volpe. Poi uno ci arriva a capire che non è un comportamento maturo. Ma conosco gente che è ancora alla fase anale del problema.

Chiaroscuro

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L’Ignorante,quando non sa,se è intelligente chiede,se invece è stupido inventa,si gonfia come un pavone e magari fa pure la voce grossa per intimidire i suoi interlocutori o ancora,fa il finto ingenuo per farsi prendere a pietà da chi lo sta ascoltando.

Se è fortunato,l’Ignorante,incontra una persona “buona” che, amichevolmente, gli spiega le cose come stanno insegnandogli  qualcosa che lui non sapeva. A quel punto l’Ignorante esplode con la classica frase “si,grazie,i ma lo sapevo già” per poi,magari, andare in giro a insegnare agli altri la nuova scoperta come se fosse il più grande esperto in materia.

Se è sfortunato,incontra una persona “cattiva” che gli dice chiaro e tondo che lui è un ignorante rischiando così di scatenare una furiosa lite…non sia mai che qualcuno dia dell’ignorante all’Ignorante,gran conoscitore di tutte le cose….anzi,il mondo,in breve,saprà di questa terribile persona che,ponendosi in maniera antipatica e altezzosa,offende l’Ignorante dandogli…dell’ignorante.

Se invece è la sua  giornata no,incontra una persona che non è né “buona” né “cattiva” ma che conosce ciò che l’Ignorante non sa e che si limita a guardarlo dicendogli “si,ok,va bene” lasciandolo cuocere nel suo brodo. A quel punto l’Ignorante avrà di che sentirsi fiero,potrà spiegare a questo,apparente ignorante, ciò che lui ,in realtà, non sa gonfiando il suo smisurato ego per poi cadere giù….giù…giù…

https://play.spotify.com/track/4OnMYAyHo3IWQnuKT2IxgM?utm_source=open.spotify.com&utm_medium=open
(Purtroppo su youtube no c’è il link di questo pezzo,”Chiaroscuro” de “La Periferia del Mondo” ,per cui inserisco quello di spotify)