felicità

Senza posto, senza tempo

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Tra le tante cose che sopporto poco dei contesti sociali definiti c’è la tendenza a utilizzare le frasi fatte come insegnamento di vita… ma sembra che alle persone piaccia aprire bocca per dire cose in cui non credono assolutamente, ma a cui si aggrappano per non ammettere a se stessi che, forse, hanno sbagliato qualcosa (tutto) della loro vita. E, forse, ci tengono a trascinarti con loro, un po’ per invidia, un po’ per cercare compagnia.
O magari perché hanno bisogno di aiuto.

Di recente, parlando del più e del meno con colleghi e amici, più di una volta mi sono sentito dire questa, orribile, frase :

“Un giorno TROVERAI il tuo posto nel mondo”

Ecco…trovare il proprio posto nel mondo…come hanno fatto loro? Che hanno accettato una vita sicura ma infelice? Che si sono sposati perché ” a un certo punto lo devi fare” e poi non fanno altro che lamentarsi della moglie\marito? Che rimpiangono tutte le cose che ora non possono fare, senza rendersi conto che si autoimpongono di non farle in nome del “ormai sono grande per fare certe cose” che ti dicono con gli occhi lucidi?

Io non credo che una persona debba TROVARE il proprio posto nel mondo. Si trova il posto al ristorante o nel parcheggio, non nella vita.

Una persona se lo deve CREARE il proprio posto nel mondo, una dimensione in cui possa vivere perlomeno sereno seguendo i propri bisogni senza accettare di vivere in un modo soltanto perché ci hanno insegnato che si vive così chi, nella sua infelicità, tenta comunque di imporci una visione del mondo standardizzata perché è l’unica che conosce.







A proposito… è online … il nuovo sito 🙂

Disintossicarsi

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Negli ultimi tempi sono successe diverse cose, sia positive che negative, che mi hanno messo, ancora una volta, nella situazione di fare i conti con me stesso, con le mie scelte di vita, con ciò che sono stato e su ciò che sto diventando.

E ho realizzato, questa volta sul serio, che non posso continuare come ho sempre fatto; farmi venire il mal di vivere per persone e situazioni che non tollero ma con cui devo avere a che fare per forza solo in nome del quieto vivere non è il sistema per vivere in pace con me stesso. Con gli altri forse si, ma con Danilo no. E Danilo è più importante del resto del mondo.

Così ho deciso di cominciare a eliminare tutto ciò che ritengo tossico alla mia esistenza.

Che a parole è facile dirlo. L’ho detto tante volte e fatto poche. Ma questa volta sono partito in quarta. Ho fatto una lista in cui ho segnato tutto ciò che non mi rende sereno e piano piano sto depennando. Ho deciso di fregarmene del compromesso. Tutto ciò che è tossico se ne vola via e si ricomincia.

Non so cosa ne verrà, ma è un rischio che sono pronto a correre.

Non posso fare altrimenti.

“In direzione ostinata e contraria”

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Ieri mattina, verso le 7:30, sono andato a camminare in collina, dietro casa mia come faccio da diverso tempo a questa parte.

Inizialmente avevo preso la cosa come un modo per rilassarmi facendo una passeggiata tranquilla, ma ormai è diventata un’abitudine quasi necessaria…e più passa il tempo più aumento il tempo in cui mi perdo tra la strada e i sentieri tanto che sono, appunto, costretto ad andare la mattina presto altrimenti non ne avrei il tempo.

Subito dopo la prima curva che costeggia il cimitero di Uzzano mi sono voluto fermare a guardare il panorama seduto su una di quelle scomode – e brutte –  panchine che il comune ha deciso di installare qualche anno fa e ho cominciato a riflettere un po’ di più su alcune questioni che mi riguardano.

"Guarda. Cerca. Corri lontano. Vola. " #endless #horizon #uzzano #relax #autumn

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“Pensare troppo fa male” dicono, ed è vero. Ma non è forse tramite la consapevolezza, anche dolorosa, del proprio io e delle proprie condizioni che si raggiunge lo “step” successivo? Dovrei forse adagiarmi a vivere prendendo le cose “così come sono perché è così che va il mondo”?

NO!

Come ho scritto più volte –  e come ho sempre detto – il mio essere vagamente asociale e tendenzialmente misantropo mi ha portato sempre più lontano dal senso comune tanto che ormai mi sento come lo scemo del villaggio, costantemente fuori luogo ma consapevole  della cosa. E non me ne lamento. Per niente. Mi piace questa cosa.

Il problema è un altro…mi sono talmente staccato da tutto quello che è convenzionale, da tutto quello che la gente considera normale  che non mi sento più di appartenere a niente.

Le persone parlano di cose verso cui non provo interesse, in continuazione. La musica che passa in radio mi annoia, i film che passano in tv non mi stimolano per niente. E così cerco cose più underground, cose che alla fine conosciamo io e pochi altri di cui nemmeno conosco l’esistenza. Ed è una sorta di circolo vizioso…ma dovrei tradire me stesso per essere più sereno, o devo trovare il modo di esserlo restando coerente con le mie scelte?

La risposta è ovviamente la seconda, ma continuo a chiedermi, mentre riempio instagram di fotografie di nuvole, se sono adatto a questo mondo o no.

 

“Buongiorno cittadino. Sei felice cittadino?”

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Uno dei motivi per cui il mondo mi sta stretto è questa necessità impellente di etichettare qualunque cosa secondo dei criteri socialmente ben definiti che spersonalizzano totalmente l’essere umano riducendolo a un numero, a uno dei tanti.

Qualche giorno fa ho incontrato un amico di vecchia data. Gli ho chiesto Come stai? e lui mi ha risposto Il lavoro come va?. Non era interessato al mio stato di salute, fisico o mentale, ma alla mia situazione lavorativa, come se fosse più importante quello per definirmi. Ma d’altronde, quando eravamo adolescenti e frequentavamo scuole diverse non perdeva mai l’occasione di chiedermi a scuola come va?, dando importanza a tutta una serie di cose che io ho sempre considerato inutili per definire una persona.

Non mi piace venire categorizzato. Non sono il lavoro che faccio per vivere, né il numero su un libretto universitario, né il titolo prima del nome, né quanto guadagno a fine mese, né qualunque altra cosa che non mi definisce come la persona che sono realmente ma come uno dei tanti capi di bestiame della società. Sono quello in cui credo, quello a cui penso quando ascolto una canzone nuova, quello che provo davanti a una nuova opportunità, quello che mi piace leggere o guardare, quello che mi piace studiare, quello che adoro mangiare e anche tutto quello che mi infastidisce, che mi annoia e che odio.

E invece la società di oggi ci impone di essere dei numeri e ci valuta come tale. E questo sistema è così radicato che diventa naturale interessarsi non tanto alla persona in quanto tale ma per quello che rappresenta all’interno del mondo. E anche il modo di rapportarsi cambia drasticamente, come se il titolo conferisse più o meno rispettabilità a una persona più di quanto quella persona sia realmente degna di considerazione.

Mi viene in mente un aneddoto accaduto a mia sorella, psicologa, qualche anno fa.

Era all’ufficio postale per delle commissioni e, come tutti, aveva preso il numerino. Arrivato il suo turno l’impiegata delle poste le disse che per la spedizione della raccomandata doveva andare ad un altro sportello perché in quello facevano solo le operazioni di pagamento dei bollettini, pertanto avrebbe dovuto prendere un altro numero. Poi lesse “Dottoressa […..] sul documento e cambiò subito espressione e modo di fare, dicendole che poteva fare anche tutto là e chiamandola dottoressa in continuazione come per rimarcare la differenza sociale.

Mia sorella, che è come me, ovviamente le rispose che avrebbe preso l’altro numero e che avrebbe fatto la fila perché non era diversa dalle altre persone.

Ah, la schiAvità, come dice il mio amico Matteo.



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