ricordi

La Cravatta

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La memoria è una cosa fantastica.
Soprattutto quando ce l’hai molto sviluppata e sei capace di riportare alla mente fatti accaduti chissà quando con assoluta precisione.
Ancora di più quando per la prima volta ti trovi dalla parte opposta della barricata e a fartici rimanere di stucco è una cravatta.
Una cravatta che hai prestato a qualcuno sapendo che non l’avresti mai riavuta.
Una cravatta che per dieci anni è stata tranquilla, arrotolata per i fatti suoi, dentro un cassetto mentre tu, lentamente, ne cancellavi il ricordo fino a dimenticarla totalmente.
Una cravatta che, non appena l’hai avuta nuovamente tra le mani, ti ha portato indietro di dieci anni in un colpo solo lasciandoti un sorriso stampato in faccia, un misto di malinconia e stupore.

E la consapevolezza di essere invecchiato e di non avere più la verve di un tempo.


 

“In direzione ostinata e contraria”

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Ieri mattina, verso le 7:30, sono andato a camminare in collina, dietro casa mia come faccio da diverso tempo a questa parte.

Inizialmente avevo preso la cosa come un modo per rilassarmi facendo una passeggiata tranquilla, ma ormai è diventata un’abitudine quasi necessaria…e più passa il tempo più aumento il tempo in cui mi perdo tra la strada e i sentieri tanto che sono, appunto, costretto ad andare la mattina presto altrimenti non ne avrei il tempo.

Subito dopo la prima curva che costeggia il cimitero di Uzzano mi sono voluto fermare a guardare il panorama seduto su una di quelle scomode – e brutte –  panchine che il comune ha deciso di installare qualche anno fa e ho cominciato a riflettere un po’ di più su alcune questioni che mi riguardano.

"Guarda. Cerca. Corri lontano. Vola. " #endless #horizon #uzzano #relax #autumn

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“Pensare troppo fa male” dicono, ed è vero. Ma non è forse tramite la consapevolezza, anche dolorosa, del proprio io e delle proprie condizioni che si raggiunge lo “step” successivo? Dovrei forse adagiarmi a vivere prendendo le cose “così come sono perché è così che va il mondo”?

NO!

Come ho scritto più volte –  e come ho sempre detto – il mio essere vagamente asociale e tendenzialmente misantropo mi ha portato sempre più lontano dal senso comune tanto che ormai mi sento come lo scemo del villaggio, costantemente fuori luogo ma consapevole  della cosa. E non me ne lamento. Per niente. Mi piace questa cosa.

Il problema è un altro…mi sono talmente staccato da tutto quello che è convenzionale, da tutto quello che la gente considera normale  che non mi sento più di appartenere a niente.

Le persone parlano di cose verso cui non provo interesse, in continuazione. La musica che passa in radio mi annoia, i film che passano in tv non mi stimolano per niente. E così cerco cose più underground, cose che alla fine conosciamo io e pochi altri di cui nemmeno conosco l’esistenza. Ed è una sorta di circolo vizioso…ma dovrei tradire me stesso per essere più sereno, o devo trovare il modo di esserlo restando coerente con le mie scelte?

La risposta è ovviamente la seconda, ma continuo a chiedermi, mentre riempio instagram di fotografie di nuvole, se sono adatto a questo mondo o no.

 

Le dimensioni sono negli occhi di chi guarda

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Disclaimer: no, non sto parlando di niente di sessuale :’)

Da bambino, quando scendevo nel piazzale a giocare, avevo ricevuto il tassativo ordine di non poter superarne la metà perché troppo pericoloso a causa delle macchine che passavano e che potevano entrare nel parcheggio, sicché dovevo giocare insieme agli altri tenendo a mente questo confine invalicabile e del tutto invisibile onde evitare di far arrabbiare mia madre.

Crescendo ho ottenuto di poter utilizzare tutto il piazzale e questa cosa mi aprì un mondo. Avevo circa 9-10 anni e potevo fare lunghi giri in bicicletta o giocare a nascondino con gli altri bambini utilizzando tutto quello spazio. Grandioso.

A 11 anni ottenni di poter andare a piedi fino a scuola, dapprima tagliando per i campi del mio vicino di casa Alessio, poi anche utilizzando la strada normale (che non aveva senso visto che dai campi ci mettevo 5 minuti e senza tagliare ce ne volevano 10-12, ma  un promettente camminatore come me, beh, indovinate che strada prendeva di solito?)

Crescendo, ovviamente, gli orizzonti si sono allargati mentre si rimpicciolivano tutti quei posti che, agli occhi di un bambino, sembravano così immensi e pieni di novità.
Oggi il piazzale è solo un parcheggio dove mettere la macchina, talmente piccolo che ad attraversarlo tutto ci vuole meno di un minuto e pensare che mi sembrava così enorme, tanto da utilizzarlo come campo da calcio o pista ciclabile, mi fa sorridere.

Non era lui che era grande, ero io che ero piccolo 🙂

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Il piazzale  in una tiepida mattina primaverile

Quella volta in cui mi sono cascate le braccia

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Ieri sera sono andato a prendere una pizza da asporto visto che non avevo voglia di cucinare e durante il tragitto casa-pizzeria e ritorno (che sono circa dieci minuti scarsi a piedi) mi sono venute in mente diverse scene di cose successe negli anni che mi hanno fatto, come si suol dire, cascare le braccia, un po’ per incomprensione della faccenda, un po’ perché ho una visione del mondo totalmente diversa da quella della gente comune, un po’ perché mi sento un tantino più intelligente di certe persone (si, sto peccando di presunzione, ma chi non lo fa? Passatemi un po’ di altezzosità ogni tanto).

Vi racconto tre episodi, quelli che secondo me sono più significativi e a cui attribuisco un significato più importante. Noterete che due sono simili e parlano praticamente della stessa cosa, ma cambia la contestualizzazione, seppur di poco:

1- Io vivo in un condominio e al piano sotto il mio ci vive la madre di un amico che, dopo il divorzio, è tornata a vivere dai genitori. Inevitabilmente ho stretto amicizia profonda con il suddetto amico, anche per motivi di età, per cui fin da piccoli ci siamo trovati a giocare insieme tutte le volte che stava dalla madre. Da bambini, prima di raggiungere l’ìetà in cui si fa a gara a chi ha il pene più lungo, si fa a gara a chi è più alto, a chi pesa più o meno, a chi ha il numero di scarpe più grande o la misura della ruota della bicicletta più da “adulti”( ai tempi la sfida era tra chi aveva “la 18” e chi “la 24”. Se avevi la “24” eri grande. Io avevo “la 22” perché devo sempre distinguermi…).
Così, in una di queste discussioni filosofiche venne fuori, come ho detto prima, il problema del numero delle scarpe portate. Il mio amico mi disse queste, testuali, parole:

” Io porto due numeri diversi, le scarpette sono un po’ più piccole mentre le scarpe delle domenica sono un po’ più grandi”

“Le scarpe della domenica”…mi lasciò alquanto basito quella cosa…non avevo mai pensato che la domenica ci si doveva mettere delle scarpe diverse, nessuno me l’aveva mai detto. E il senso quale poteva essere? Poi ci sono arrivato nel tempo considerando che la domenica il mio amico pranzava dalla madre e veniva spesso anche la cugina per cui i nonni organizzavano sempre una sorte di “pranzo importante” in cui tutti erano vestiti bene. Per me era una cosa fuori dai canoni, così come lo è ora, non capisco la necessità di vestirsi in un certo modo (anche se per lavoro lo faccio, ma lì ci sono i soldi, non sto in famiglia a rilassarmi)

2- Si parla sempre di scarpe. Alla fermata del pulmino per andare a scuola c’era un ragazzino che, siccome è Testimone di Geova, agli occhi di tutti sembrava un po’ “diverso” almeno per il modo in cui viveva. Anche ai miei, seppur fin da bambino sono stato un po’ “sui generis” e menefreghista. Mentre aspettavamo l’orario in cui Giovanni, l’autista, sarebbe passato lui mi guardò e mi disse

“Hai le scarpe sporche, non si va a scuola con le scarpe sporche”
“Ah no? Perchè?”

Anche qua è una cosa che non ho mai capito, le scarpe si usano e si sporcano necessariamente, soprattutto se passi i pomeriggi nei campi a giocare con gli amici e magari non c’è il tempo di pulirle da un giorno all’altro. Ma forse mi lasciò più esterrefatto il fatto che già parlava di vestirsi in un certo modo per andare a scuola, un concetto che anche oggi mi sembra un po’ antiquato.
3- Questa è quella più bella. Se le altre due sono stati degli antipasti per allungare il post, questa è la vera essenza della situazione, quella che mi ha fatto venire la voglia di condividere questi ricordi sul blog.
Un paio di anni fa dovevo andare a cena con un amico. Gli dissi il nome di una pizzeria di cui tutti mi parlavano bene ma in cui non ero mai stato. Una volta che gli dissi il nome mi rispose:

“No guarda là non possiamo andarci perché ci va spesso il padre della mia ragazza e non vorrei incontrarlo”
“Ah, ci sono tensioni tra di voi?”
“No no, andiamo daccordo, però sai, lui è un po’…eh…antiquato. Se mi vede con te poi pensa che stiamo insieme e che tradisco la figlia con un uomo…per lui dovrei uscire solo con la mia ragazza. Ma lo capisco, è giusto, poi la gente fraintende, andiamo da qualche parte dove non incontriamo nessuno che ci conosce”
“………”

E in quel momento mi sono cascate davvero le braccia….ovviamente poi ho trovato il modo di evitare la cena, non sia mai di farmi vedere in giro con certe persone…

Le mirabolanti avventure di Capitan Whiskey e di Mastro Sbornia

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Sarà stato all’incirca 7-8 anni fa, ma fu una di quelle serate che non si scordano facilmente.
Il mio amico Matteo, che ora lavora in Germania, ospitava me e Pennino (che si chiama Matteo pure lui, ma ormai tutti lo chiamiamo per cognome) per le puntuali serata scazzo\giochi da tavolo o di ruolo\alcolici. Avevamo poco più di 20 anni, all’epoca, e tante cose per la testa che oggi sono un po’ volate nel vento per lasciare posto a cose più importanti.

Quella sera ci facemmo una spaghettata alla carbonara, di quelle che ti ammazzano non appena hai finito la prima forchettata. Matteo deciso di metterci pure la cipolla perché “così è più buona” (detta con il modo di fare di un cavernicolo, non certo di uno che sarebbe diventato un neuroscienziato) e poi, nonostante non fosse proprio la ricetta originale, ci stava meglio, a nostro dire, con la bottiglia di vino rosso che avevo portato.

Mangiammo di gusto mentre giocavamo a Risiko e parlavamo del più e del meno. Poi arrivò l’ora del Marsala. Il Marsala è una brutta bestia, ma se ne bevi poco non ci sono problemi. Finimmo la bottiglia in tre, ovviamente e poi, per riprenderci ci facemmo una tazza gigantesca, a testa, di the verde misto col the nero alla vaniglia. Ma siccome aveva qualcosa di “insipido” lo allungammo con un po’ di limoncello ( a me non piace, ma non si può sciupare mica il the con il limone, no? 😀 )

Dopo quella botta Pennino decise di andare a casa, era in effetti tardi e la mattina avrebbe dovuto svegliarsi presto. Anche io, ma sono sempre stato più resistente (menefreghista) per certe cose che riguardano il fare tardi e svegliarsi la mattina presto.

Così rimanemmo io e Matteo a guardarci negli occhi, parlare dei tempi andati delle scuole medie e delle elementari, che quando hai 20 anni sembrano cose successe veramente diversi anni prima, e aprimmo una bottiglia di Whiskey. Bottiglia che fu, ovviamente, finita in tempi molto brevi e non in parti eque. Io ne bevvi appena un bicchiere e mezzo, il resto la scolò Matteo tra una vomitata di roba nera e un’altra.

Arrivò l’ora anche per me di andare via, barcollando come il peggiore degli ubriachi. Presi la porta e mi diressi a piedi a casa al freddo di quella notte autunnale. Il vento che mi sferzava la faccia e io che capivo a malapena dove fossi mentre, a mia insaputa, Matteo stava continuando a vomitare mentre sua madre, svegliatasi dal casino, pensava stesse per morire e voleva chiamare il 118.

La mattina seguente mi alzai intorno alle 9:00, presi il treno per andare a Pisa e verso le 11,30 mi chiamò Pennino e mi chiese
“Ma te come stai?”
“Bene, alzarsi stamani è stato un po’ un casino, però sono in piedi, come mai?”
“Eh, Matteo è stato malissimo tutta la notte, ha continuato a vomitare roba non ben definita”

Mandai allora un sms a Matteo, con scritto “We, Capitan Whiskey, come stai? Mi ha detto Pennino che sei quasi morto” (perchè a 20 anni le cose mica si prendono sul serio eh) e lui, tranquillamente mi rispose “Mastro Sbornia, tutto ok. Ma da oggi non bevo più!”

Anni dopo lo avrei contattato via skype, mentre era in Germania, per trovarlo nella vasca da bagno immerso nella birra, ubriaco fradicio.

Tra meno di un anno si sposa. Credo gli regalerò una bottiglia di JackDaniels.


“È facile scrivere i propri ricordi quando si ha una cattiva memoria”

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Le prime estati della mia infanzia le ho sempre passate a casa dei miei nonni in Sicilia.
Tre lunghi mesi in terra straniera, tra il mare, il negozio di parrucchiera di mia nonna e i giri sull’ape con mio nonno. Ricordo benissimo che appena arrivavo, dopo i vari saluti, mi fiondavo sull’enciclopedia di scienze naturali, prendevo un volume e il primo giorno lo passavo così accompagnato da nocciole e latte di mandorla. Dopo qualche anno mio nonno decise che era giunto il momento di regalarmela e così per il mio ottavo compleanno la ricevetti con un pacco insieme alle consuete cose che ci mandavano ogni 3-4 mesi: cibo, per lo più.Cibo ipercalorico.

Ho scoperto l’esistenza del giaguaro su questa enciclopedia, nonostante all’epoca non mi perdessi una puntata di Quark non ho ricordi di Angela che ne parla, anche se tramite la tv ebbi modo di imparare i nomi di altri grandi felini, animali che mi attraevano particolarmente.

Ad essere sincero non so come mai mi ero fissato su questa storia del giaguaro. Forse perché era meno conosciuto e poco “mainstream” rispetto al più blasonato leopardo o al ghepardo, felini con le macchie pure loro ma, ai miei occhi di bambino di 8 anni, meno interessanti. O forse il nome. Giaguaro. Ricordo che aveva una certa carica emotiva nella mia testa…solo a pronunciarlo mi sembrava un nome importante. Giaguaro.

Fatto sta che stamani mi sono svegliato con questo ricordo in testa e sono andato a ricercare l’enciclopedia che è esattamente nello stesso posto da 22 anni, sotto il mobile dove teniamo i vassoi e le bottiglie di vino.

Ho preso il volume n°7 che va da “Ghiandaia” a “Insetti” e sono andato a cercare la pagina dove parla del Giaguaro per scoprire che quella pagina non c’è. Ma non perché è stata strappata, ma perché l’enciclopedia non parla proprio di quell’animale che tanto adoravo e che nei miei ricordi avevo imparato a conoscere proprio da quei volumi della Mondadori.

Mi sono quindi interrogato sul fatto…com’è possibile che abbia così modificato un ricordo nel tempo fino a trasformarlo in qualcosa di diverso? E ora che conosco la verità e tutta la storia raccontata all’inizio del racconto risulta essere palesemente un falso come mi devo porre davanti alla situazione? Una menzogna che avrei creduto vera se non avessi controllato per nostalgia e per la voglia di condividere un mio ricordo potrebbe essere l’unica o una delle tante, no? E allora…quali sono i ricordi di cui posso fidarmi? Se fossero dei falsi pure quelli?

Eppure ho sempre pensato di avere una memoria di ferro…


“Io sono Emullà, scimmia capobranco, un primate.

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Che vuol dire che c’ero prima di te e di tutti gli altri uomini.
Ho avuto anche io la possibilità di diventare uomo ma ho deciso, con gli altri del mio branco, di rimanere scimmia. Di essere scimmia.

Io sono Emullà questo so e questo ti tramando.

Prima di te, si prima di te, ho scoperto il fuoco, le maree, la fisica quantistica e la fionda.
La relatività e l’istinto, che tu chiamerai anima.
La meraviglia che tu chiamerai amore.
L’odore del sesso, che tu non chiamerai perché ti confonde.

Ma soprattutto, prima di te, ho scoperto il sogno, quella gioia dolente che non ha rumore ma ti pervade, ti fa motore, spinta propellente che si fa futuro.

Ecco, io, Emullà questo so e questo ti tramando.

Al contrario di voi, noi scimmie sogniamo meno di giorno, perché la luce del sole non inganna e il progetto del sogno ci è più chiaro.
E allora, ci mettiamo in fila sullo stesso ramo per avere un’idea di partenza uguale o sulla cima del Monte Torco, che così, ancora, non si chiama. E da qui guardiamo la grande distesa d’acqua da cui veniamo tutti e il moto delle onde che lubrifica la nostra genialità.

Noi abbiamo trovato, una notte, seguendo l’odore della pancia di questa terra, una cosa che abbiamo chiamato “la strada delle stelle”. Si, perché é qui che vengono a nascondersi le stelle, spaventate dalla vastità del cielo. E allora noi le riprendiamo, pezzo per pezzo, e le riconsegniamo al cielo con la nostra fionda.

Ecco che cos’è quello che voi chiamate allume.

Voi prenderete con grande fatica ma userete fino a un certo punto e tutto al più per colorare i vostri vestiti o per fermare un po’ di sangue quando vi sbarbate.

Noi siamo senza bestie piene di peli, ma abbiamo la genialità dei desideri. Per questo noi restituiamo al cielo le stelle, anche se non tutte ritrovano il loro posto, anzi, talvolta capita che qualcuno si scontri con un’altra con una velocità suprema.

Tutte cambiano di posto, ma voi non ve ne accorgete.

Io, Emullà, scimmia capobranco questo so e questo vi tramando.

Ed è così che qualche notte in estate, ma anche in inverno, vedi pezzi di stelle, o stelle intere, che scappano dal cielo per andare a nascondersi sotto queste montagne e diventare rocce bianche, iridescenti, la strada delle stelle.

Io, Emullà, scimmia primate questo so e questo ti tramando.
Non ti assicuro però, che quest’ultima parte che ti dico sia desiderio o bugia d’amore.
Saprai a suo tempo che ogni cosa a suo tempo ha un suo dritto e un suo contrario come il mio nome.

Emullà.”
(Francesco Di Giacomo)

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