tempo

La Cravatta

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La memoria è una cosa fantastica.
Soprattutto quando ce l’hai molto sviluppata e sei capace di riportare alla mente fatti accaduti chissà quando con assoluta precisione.
Ancora di più quando per la prima volta ti trovi dalla parte opposta della barricata e a fartici rimanere di stucco è una cravatta.
Una cravatta che hai prestato a qualcuno sapendo che non l’avresti mai riavuta.
Una cravatta che per dieci anni è stata tranquilla, arrotolata per i fatti suoi, dentro un cassetto mentre tu, lentamente, ne cancellavi il ricordo fino a dimenticarla totalmente.
Una cravatta che, non appena l’hai avuta nuovamente tra le mani, ti ha portato indietro di dieci anni in un colpo solo lasciandoti un sorriso stampato in faccia, un misto di malinconia e stupore.

E la consapevolezza di essere invecchiato e di non avere più la verve di un tempo.


 

Il Vuoto Cosmico

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Mi piacciono gli spazi aperti. Vuoti.

Quando c’è silenzio; quando ogni cosa è immobile e sembra essere esattamente nel luogo dove deve stare come fosse parte di un dipinto; quando il vento ti porta i racconti del mondo ed è l’unica voce che senti; quando incontri qualcuno che è da solo come te e un cenno della testa, o della mano, è l’unica cosa che vi unisce; quando fa freddo e sei costretto a chiuderti nella giacca, nonostante il freddo non passi; quando le stelle se ne stanno per i fatti loro, come hanno sempre fatto, e ti sbeffeggiano facendoti credere che sono là per un motivo. Che sono là per insegnarti qualcosa di mistico. Ma la realtà è che sono solo un simbolo a cui abbiamo attribuito, per necessità, una qualche importanza.

Mi piacciono gli spazi aperti. Vuoti.

Quando il sole  fa capolino tra le foglie degli alberi; quando la terra risuona soltanto dei passi che la percorrono; quando il cielo è azzurro intenso e le nuvole, bianche, assumono la forma di quello che cerchi.

Mi piacciono gli spazi aperti. Vuoti.

Quando l’assenza di tutto diventa presenza.

Il matrimonio di Capitan Whiskey

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Avevo già parlato di Capitan Whiskey in un mio vecchio post di febbraio, nonchè avevo preannunciato l’imminente apocalisse del 17 settembre, giorno del suo matrimonio.

Bene quel giorno non solo è arrivato, ma è anche passato. Ed è stato uno dei giorni più belli che abbia mai vissuto.

Non starò qua a descrivere quello che è successo perché non avrebbe senso, dico solo che ogni tanto ritrovarsi in certi contesti è piacevole. Soprattutto quando i contesti non sono forzati, come di solito lo sono i matrimoni…sembrava un ritrovo di amici che non si vedono da anni ma che parlano come se si fossero salutati il giorno prima, con in mano l’ennesimo bicchiere di vino bianco e di spritz, con l’acqua che scende tranquilla dal cielo, le risate e la commozione.

Altro che apocalisse…

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Le Dolomiti 15 anni dopo

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Tornare in un posto dopo 15 anni è strano, soprattutto se è un posto di montagna.
Le città cambiano velocemente, ma i monti se ne stanno là, tranquilli, a farsi gli affari loro e, a meno che non ci sia stato un massiccio intervento dell’uomo, o qualche evento naturale di grandi proporzioni, è difficile notare le differenze nonostante tutto quel tempo passato. Ma l’emozione di riconoscere un sentiero, un lago o una vallata e poter esclamare “Cavolo, quindici anni fa qua, in questo esatto punto, è successo questo” stando su un posto che, al nostro piccolo occhio, è uguale a prima, è indescrivibile.

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L’unica cosa che non ho ancora imparato a fare con le cartine è piegarle…
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Nonostante abbia un cellulare da 4 soldi, pare che riesca a fare le foto panoramiche
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“Ma lasciatemi qui nel mio pezzo di cielo ad affogare i cattivi ricordi”

PS  In questo post c’è un piccolo inganno, vediamo se lo scoprite 😀

Ciaooooo!

 

Angelica’s Dreamroom

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Pensavo di metterci meno tempo del previsto, poi, più di una volta, ho cancellato il progetto e l’ho ricominciato dall’inizio. Ci vuole il coraggio anche di buttare via una giornata intera di lavoro e iniziarlo di nuovo, con una nuova tazza di the (o di caffè) sulla scrivania, col caldo e il computer acceso.

Buon ascolto :’)

“È facile scrivere i propri ricordi quando si ha una cattiva memoria”

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Le prime estati della mia infanzia le ho sempre passate a casa dei miei nonni in Sicilia.
Tre lunghi mesi in terra straniera, tra il mare, il negozio di parrucchiera di mia nonna e i giri sull’ape con mio nonno. Ricordo benissimo che appena arrivavo, dopo i vari saluti, mi fiondavo sull’enciclopedia di scienze naturali, prendevo un volume e il primo giorno lo passavo così accompagnato da nocciole e latte di mandorla. Dopo qualche anno mio nonno decise che era giunto il momento di regalarmela e così per il mio ottavo compleanno la ricevetti con un pacco insieme alle consuete cose che ci mandavano ogni 3-4 mesi: cibo, per lo più.Cibo ipercalorico.

Ho scoperto l’esistenza del giaguaro su questa enciclopedia, nonostante all’epoca non mi perdessi una puntata di Quark non ho ricordi di Angela che ne parla, anche se tramite la tv ebbi modo di imparare i nomi di altri grandi felini, animali che mi attraevano particolarmente.

Ad essere sincero non so come mai mi ero fissato su questa storia del giaguaro. Forse perché era meno conosciuto e poco “mainstream” rispetto al più blasonato leopardo o al ghepardo, felini con le macchie pure loro ma, ai miei occhi di bambino di 8 anni, meno interessanti. O forse il nome. Giaguaro. Ricordo che aveva una certa carica emotiva nella mia testa…solo a pronunciarlo mi sembrava un nome importante. Giaguaro.

Fatto sta che stamani mi sono svegliato con questo ricordo in testa e sono andato a ricercare l’enciclopedia che è esattamente nello stesso posto da 22 anni, sotto il mobile dove teniamo i vassoi e le bottiglie di vino.

Ho preso il volume n°7 che va da “Ghiandaia” a “Insetti” e sono andato a cercare la pagina dove parla del Giaguaro per scoprire che quella pagina non c’è. Ma non perché è stata strappata, ma perché l’enciclopedia non parla proprio di quell’animale che tanto adoravo e che nei miei ricordi avevo imparato a conoscere proprio da quei volumi della Mondadori.

Mi sono quindi interrogato sul fatto…com’è possibile che abbia così modificato un ricordo nel tempo fino a trasformarlo in qualcosa di diverso? E ora che conosco la verità e tutta la storia raccontata all’inizio del racconto risulta essere palesemente un falso come mi devo porre davanti alla situazione? Una menzogna che avrei creduto vera se non avessi controllato per nostalgia e per la voglia di condividere un mio ricordo potrebbe essere l’unica o una delle tante, no? E allora…quali sono i ricordi di cui posso fidarmi? Se fossero dei falsi pure quelli?

Eppure ho sempre pensato di avere una memoria di ferro…


“Il tempo passa senza chiedere scusa”

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Ho sempre avuto uno strano rapporto con il tempo. Non l’ho mai misurato realmente in giorni o in settimane come fanno tutti, piuttosto mi sono soffermato su come cambiano le cose e le persone man mano che le stagioni passano. Mi piace soffermarmi a osservare i luoghi dove andavo a giocare da bambino e ricordarli come sono mutati nel tempo, oppure guardare come le stesse persone cambiano fisicamente: i capelli che cadono e\o diventano bianchi, la barba che cresce, le rughe, il fisico che invecchia ma anche le priorità della vita che, per forza di cose, mutano e tutte quelle cose, invece, che restano identiche a come le ricordi tra i banchi di scuola.

E invece la maggior parte delle persone vede il tempo come numeri prigionieri di un sistema troppo chiuso. Conta il tempo cercando di averne il controllo e costringe ogni momento in un recinto sociale. E allora c’è l’età per fare una cosa e quella per farne un’altra e guai a rompere questa convenzione perché si rischia di uscire dai canoni. E la massa odia chi esce dai binari, ne ha paura, non sa controllarla e si difende puntando il dito ed emarginandola con appellativi che, in teoria, dovrebbero essere dispregiativi ma che invece sono più indicativi di quello che può essere una persona.

“Un giorno l’uomo attaccò il tempo a una catena.
Se lo mise in tasca e di quando in quando lo consultava. Di quando in quando. Poi volle incatenarlo al polso,convinto che in questo modo l’avrebbe addomesticato e dominato. Ma fu il tempo a incatenare lui. L’uomo dimenticò di leggere le ombre, di riconoscere i segni. Disimparò quel che il sole gli aveva insegnato. E così divenne prigioniero del tempo.In passato gli uomini si servivano del tempo come volevano. Lui era lì ad aspettare. Si faceva prendere .L’uomo lo guardava. Aveva il tempo, e il tempo era libero dagli uomini. Ma una volta attaccato al polso, chiuso negli orologi ,il tempo si mise a girare in tondo, come in gabbia.Per evitare di perderlo gli furono aggiunti dei numeri. Non bisognava perdere tempo. Questo credeva l’uomo.

E l’uomo finì, disperato, per correre dietro a colui che aveva messo in catene. Il tempo non si era mosso, era rimasto lì, in attesa, e osservava l’uomo che gli sfrecciava davanti senza guardarlo, senza fermarsi a tentare di vederlo, gli occhi fissi sul proprio polso. L’uomo inseguiva l’altro tempo, quello che aveva inventato lui, un tempo cieco, crudele, sostituibile, virtuale, un mostro rabbioso che alla fine lo uccise. E’ così che l’uomo è diventato mortale. Prima,per morire si addormentava concedendosi il tempo, si lasciava cullare da lui.Era il matrimonio estremo. Sapendo che il tempo era immortale, se ne andava insieme a lui dall’altra parte della vita, senza timore.”

(Bernard Giraudeau- “Caro mondo…”)