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Il Vuoto Cosmico

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Mi piacciono gli spazi aperti. Vuoti.

Quando c’è silenzio; quando ogni cosa è immobile e sembra essere esattamente nel luogo dove deve stare come fosse parte di un dipinto; quando il vento ti porta i racconti del mondo ed è l’unica voce che senti; quando incontri qualcuno che è da solo come te e un cenno della testa, o della mano, è l’unica cosa che vi unisce; quando fa freddo e sei costretto a chiuderti nella giacca, nonostante il freddo non passi; quando le stelle se ne stanno per i fatti loro, come hanno sempre fatto, e ti sbeffeggiano facendoti credere che sono là per un motivo. Che sono là per insegnarti qualcosa di mistico. Ma la realtà è che sono solo un simbolo a cui abbiamo attribuito, per necessità, una qualche importanza.

Mi piacciono gli spazi aperti. Vuoti.

Quando il sole  fa capolino tra le foglie degli alberi; quando la terra risuona soltanto dei passi che la percorrono; quando il cielo è azzurro intenso e le nuvole, bianche, assumono la forma di quello che cerchi.

Mi piacciono gli spazi aperti. Vuoti.

Quando l’assenza di tutto diventa presenza.

“Dovrei essere cielo, carro e costellazioni”

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Quando arriva dicembre mi viene sempre un certo senso di nostalgia.
Devono essere tutte quelle lucine di Natale che fanno pendant con il freddo, il sole che cala alle 17, le strade vuote e quel gatto che abita vicino casa mia e che, tutte le volte che gli passo vicino, mi viene incontro.

Le prime volte pensavo avesse fame o che volesse semplicemente un po’ di coccole ma più di una volta ho notato che mi seguiva anche dopo avergli dato quello che voleva, come una sorta di compagno di viaggio, senza più miagolare o cercare il contatto. Semplicemente standomi a fianco, come fosse un’ombra o una proiezione di me stesso. E invece è soltanto un gatto, che ragiona da gatto e che, quindi, non posso comprendere.

Stasera invece non ci siamo incontrati, seppur ne avessi avuto bisogno. Per cui quel breve tragitto che dall’ufficio postale conduce allo scivolo l’ho fatto in solitaria. E sono davvero pochi passi, ma quei pochi secondi -forse nemmeno quelli che bastano a fare un minuto- li avrei fatti volentieri con quella presenza che zampetta accanto a me per chissà quale motivo.

Non che creda che un gatto sia più di un gatto (ma è la stessa cosa che penso di qualunque essere vivente) e che quindi dia chissà quale valore trascendentale alla cosa, è più una sensazione particolare che mi è capitato di provare e di cui stasera avevo voglia.

In compenso mi ha fatto compagnia questa canzone che, come spesso mi accade, ho scoperto per puro caso…..

“Come i treni a vapore, di stazione in stazione, di porta in porta e di pioggia in pioggia…”

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Il treno è una delle poche costanti della mia esistenza, o almeno, una delle poche che sopporto con piacere.
Il primo ricordo che ho di un viaggio in treno risale a più di venti anni fa. Come tutte le estati, con mia madre e mia sorella, ero alla stazione di Firenze ad aspettare la coincidenza per scendere in Sicilia e andare dai nonni. Avevo un walkman rosso e stavo ascoltando Lucio Battisti. Quando il treno arrivò alla stazione, intorno alle 23 e qualcosa, ascoltavo “Ancora Tu”.

Sono sicuro di aver preso il treno anche in circostanze precedenti, ma quello è il mio primo ricordo che riguarda stazioni e vagoni.

Il fatto è che non riesco a dire di no allo sferragliare delle ruote metalliche sui binari, al dondolare dei vagoni, al mondo che passa dal finestrino a una velocità diversa da quella in cui va normalmente il mondo, alle persone incontrate e poi dimenticate appena scese alla stazione. E non riesco a dire di no nemmeno all’aria condizionata che non funziona, alle urla dei bambini che piangono, ai litigi tra il controllore e l’ennesima persona senza biglietto, agli incontri assurdi che mi sono capitati, ai ritardi, ai guasti e a tutti i Trenitalia si scusa per il disagio che ho collezionato negli anni.

Ho anche sviluppato certe singolari abitudini nei miei innumerevoli viaggi. Ad esempio, cerco sempre il vagone più vuoto possibile e se posso scelgo il posto con quattro sedili, dove si sta più larghi, e mi siedo in direzione del senso di marcia con il finestrino a sinistra. Riesco a tollerare il vagone semivuoto o anche totalmente pieno, così come viaggiare contro il senso di marcia. Ma non avere il finestrino a sinistra, invece, non mi permette di godermi il viaggio come vorrei. Non so perché, è il contrario di quando cammino a fianco di qualcuno; in quel caso mi piace avere la persona a destra e avere la sinistra libera. Prima o poi cercherò di capire se tutto ciò ha un significato mistico o è solo una mania da curare.

E invece, dopo dieci anni di costanti viaggi settimanali in treno, le cose sono cambiate in quanto non ho più motivi per prenderne uno, se non per casi sporadici. Ma un viaggio in treno ogni 2-3 mesi non mi soddisfa assolutamente a meno che non sia di lunga durata. E infatti mi sono preso il lusso di qualche gita fuori porta giusto per il gusto di farmi 4-5 ore all’andata e altrettante al ritorno e non tanto per la meta. A volte si, come quando sono andato alla mostra di Yamashita a Torino o alla mostra di Chagall a Milano, ma altre no.

Solo per il gusto di salire su un treno e perdermi un po’ in un altro mondo.



Treno a vapore

Un treno, dici….

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“Un treno, dici…
I treni sono oggetti strani..puoi prenderne uno e andar dove vuoi, via, lontano, anche solo con la fantasia.
I treni collegano luoghi e Nazioni, puoi usarli per andare a trovare gli amici.
Alle volte si portano via le persone e tu, che rimani sulla banchina, vorresti saper correre più veloce di loro…
Ma i treni si muovono sempre e solo sui loro binari e chissà se prima o poi potranno solo tornare indietro!”
http://www.youtube.com/watch?v=HfTeTEIC7AU

“Per mettersi in viaggio c’è bisogno della nostalgia di qualcosa”

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“Per mettersi in viaggio c’è bisogno della nostalgia di qualcosa”(Susanna Tamaro)

Qualche tempo fa un’amica mi ha fatto notare che tra le mie foto di facebook ci sono molte immagini di navi e di mari in tempesta. Ricordo che stavamo parlando di un’ipotetica immagine che racchiudesse il proprio essere, una sorte di “scegli la cosa che in questo momento ti rappresenta” e siamo finiti a parlare dei velieri delle mie immagini di copertina.

In me vive questa costante voglia di andare lontano, non tanto per raggiungere chissà qualimete, ma per il gusto di viaggiare, di starmene da solo per un po’ a pensare ai fatti miei, indipendentemente dall’entità del viaggio stesso. Che sia una passeggiata in collina o nei boschi, il prendere il treno solo per il gusto di sentire il rumore delle ruote metalliche sui binari e guardare il panorama dal vetro abbassato, il sedersi su un autobus o il poter viaggiare per mare, con una barca a remi o una grande nave….ho qualcosa dentro che mi spinge a volermi muovere, senza una direzione definita, una sorta di nostalgia di qualcosa che nemmeno io so cos’è, qualcosa di astratto, forse ciò che trovo nei ricordi di anni passati o la ricerca di ciò che potrebbe accadere ma che in realtà è solo un sogno.

“La nostalgia, quel piccolo elastico del subconscio capace di dare la carica al salmone e spingerlo a tremila miglia di distanza attraverso strani mari.”(Terry Pratchett- La Luce Fantastica)